Coronavirus e la “bolla” della didattica a distanza

Come ormai noto, i dirigenti scolastici devono attivare, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza, con particolare attenzione alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità.
Il Ministero dell’Istruzione ha creato una pagina web apposita, intesa come un ambiente di lavoro in progress per supportare le scuole che vogliono attivare tali forme di didattica nel periodo di chiusura legato all’emergenza coronavirus.

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(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

INDIRE, da parte sua, ha lanciato una lodevole iniziativa di solidarietà tra scuole per sperimentare soluzioni con metodologie e strumenti innovativi.
Grazie alle reti di scuole del Movimento «Avanguardie educative» e del Movimento delle «Piccole Scuole» sono stati approntati dei webinar con lo spirito di mettere in atto, diffondere e condividere buone pratiche a sostegno dei processi d’innovazione per il nostro sistema scolastico.
Lo stesso Ministero ha messo in evidenza alcune realtà italiane che hanno avviato soluzioni di didattica a distanza utilizzando piattaforme gratuite e facilmente utilizzabili da diversi device: a Ravenna il Liceo Scientifico Oriani, a Vo’ l’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, a Saronno l’Istituto Prealpi o a Busto Arstizio l’Istituto Tosi.

Molte case editrici e i grossi colossi (Microsoft e Google) si sono mossi per attivare o adeguare piattaforme di insegnamento a distanza, anche se esistono diverse soluzioni open source a volte sottovalutate.

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(Foto di Free-Photos da Pixabay)

Ma come si attiva la didattica a distanza? Il Ministero non ha ancora una piattaforma comune da mettere a disposizione delle scuole, per cui si procede in ordine sparso: c’è chi ha deciso di fare lezione su WhatsApp, chi su Skype e chi su Instagram o, dove implementato, in apposite aree del Registro Elettronico.
Una soluzione unitaria e gestita direttamente dal Ministero avrebbe sicuramente dipanato i dubbi che sempre più emergono in merito alla privacy e all’utilizzo dei dati sensibili.
Per venire incontro a una migliore organizzazione delle diverse forme di didattica a distanza la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina è intervenuta per ampliare i tipi hardware acquistabili con la Carta del docente.

Ma mettere in pratica una scuola a distanza significa scontrarsi con gli impedimenti strutturali dovuti alla posizione geografica degli interessati: in molte zone la banda larga è soltanto un miraggio e spesso le attività proposte in sincrono sono, per forza di cose, inattuabili.
Una lezione che può essere facilmente fruibile per studenti di medie e grandi città, diventa complicata per studenti che vivono in rurali o di periferia; senza dimenticare che per i bambini della primaria spesso diventa necessaria la presenza di un adulto per attivare al meglio il funzionamento delle lezioni.
Quindi, nelle zone del nostro Paese dove i grandi network non hanno investito, non si può pretendere che un alunno possa consumare gran parte della sua connessione dati per essere in linea con i compagni più fortunati.

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(Foto di Bruno /Germany da Pixabay)

Occorre ricordare, infine, che l‘Italia sconta un analfabetismo digitale tra una parte dei docenti. Secondo WeSchool, startup che si occupa di strumenti per la didattica online, soltanto il 20 per cento dei docenti italiani è in grado di insegnare a distanza, il 40 per cento è interessato a imparare a farlo e il restante 40 per cento è contrario.

La speranza è che questa situazione totalmente inconsueta e, si spera unica, porti alla creazione di uno standard, magari utilizzando le risorse umane e professionali dell’Agenzia per l’Italia digitale (AGID), punto di riferimento per il software della Pubblica Amministrazione.

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